Storie in versi – Il testamento del Porchetto

Storie in versi e in dialetto | Marche

Stefano Fabbroni – foto della serata alla Cantina dei 31 – Monterubbiano – Foto

Durante la serata de’ la Cantina dei 31, a Monterubbiano, serata dedicata alla musica della tradizione, ho deciso di cantare, anziché recitare, una delle storie in rima della tradizione marchigiana, raccolta a Fabriano: il testamento del Porchetto.

Una serie di strofe e stornelli della tradizione dei cantastorie raccolti durante il Maggio di Fabriano, riportati in musica.
I versi di questo Testamento del Porchetto sono di Dino Stazi e certamente non ho fatto opera buona nel distorcerli in musica.

La scelta è stata dettata dal fatto che il salto tra poesia e canzone è comunque uno dei modi attraverso cui le forme popolari superano i confini e spesso vengono portate al di fuori sotto tante forme e riadattamenti. Del Testamento del porchetto esitono tante strofe di tante località che partono dalla medesima matrice. La tradizione del primo testo di un Testamentum Porcelli risale a San Gerolamo (versione in latino del 350 d.C.).
Da allora, probabilmente da prima, ogni parte o ogni persona ne ha arricchito o portato la sua versione.

Circola molto una versione Anonima con strofe diverse, molto nota. Tutti i testamenti fanno comunque capo a due andamenti principali: la povertà del maiale, contrapposta alla ricchezza di chi lo alleva e lo macella e soprattutto lo sbrana e l’assegnazione di ogni sua parte ad attori sociali differenti, spesso con toni di dileggio e canzonatori.

Per esempio alcuni versi dell’anonimo, di origine toscana, fanno così:

“Al parroco lascio la ventresca,
che gli ricordi la sua bella tresca
con la moglie del povero speziale,
al quale lascio in dote un bel guanciale,
su cui possa dormire sonni tranquilli
senza mettersi in testa certi grilli.”

Non era intenzione giocare con i versi, ma piuttosto di riproporli in modi leggermente differente, sperando di non aver fatto troppi danni.

Ecco quindi un maiale, pronto per la salata che racconta le disavventure d’essere maiale.
Grazie mille a Walter Bianchini, all’organetto, Danilo Campetelli  al tamburello, oltre che a Stefano Belà (Li Fellaccià)

Grazie prima di tutto a Dino Stazi, che c’ha raccontato questa storia in versi,  sotto il pergolato lo scorso Cantamaggio

Perché, sci oh,l’omini è sicuro che pònno ésse maiali,
ma anche li maiali pònno ésse omini
e noialtri n’èmo ‘rtroàto lu testamentu che pressappoco dice cuscì..

Il Testamento del Porchetto

Lo fo lo testamento al mio fratello porchetto,
che sta da quella stalla, da quel sudicio stalletto

Lo fo in carta libera perché non ho denaro
né pe’ pagà ‘l perito né pe’ pagà ‘l notaro.

La mia carne che passa da ogni dente
pe’ nobili, persone, pe’ delicata gente.

Dino - anziano Fabriano ricerca musica tradizione

Dino | Il testamento del Porchetto

Persino sulla tavola dei principi e dei Re,
di comparire a tavola, toccava sempre a me.

Da un anno e pochi giorni, proprio sul più bello
me se conficca in gola un barbaro coltello…

Quattro facchini co’ l’acqua ben pulita,
me repulisce il corpo e tutta la mia vita

Voglio che il mio pelo sia raccolto e sia tenuto a caro
che pòle servì a qualche scopettaro.

E pure li cervelli sono bòni e friggesi in padella
sarebbe meglio uniti all’animelle.

Come ciauscoli e salami li posson mangnar tutti
a li più zozzi, li signori, glie lascio li prisciutti.

Ma voglio che le mie unghie nel taschin in onor le tenga
e a chi mi avrà scannato, la stessa sorte avvenga!

Quello che segue, invece, è il risultato della sua riproposta in musica la sera della Cantina dei 31.

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