Storie e Strofelle | Lo Papa non è lo Re

Me raccontava Peppe de Carella che

…’na orda un Principe che java per li possedimenti Sua vide un popolano che glie rassomigliava proprio tanto.
Scoprennose curiuoso, lu ‘vvicinò e glie chiese: ” che per caso mamma tua fadigava a lu castellu de Sua Maestà lu Re?”
Lu pòru contadì se fece viancu pallidu nzu la faccia e senza guardallu glie sbiascicò: “Mamma no, era Babbu che ce venìa mogne le vacche…”

Affresco nell’aula Magna dell’università di Macerata – Papa Paolo III con bolla papale che annuncia l’istituzione degli Studi di Diritto

I racconti che ridono del Re e delle eminenze tutte, siano esse bianche o rosse, grige o nere, profane e religiose,  sono una costante nella musica popolare e della tradizione, tanto quanto i temi legati alla rivalità amorosa.

Essi sono un filo teso sopra il quale i cantastorie e i cantori della tradizione sperimentavano e sperimentano anche oggi la loro abilità nel creare versi legati alla storia e adattate all’attualità.

Il possesso sessuale è spesso usato, nei racconti e nelle strofe, come grimaldello di riscatto rispetto a le altre misure sociali  come il possesso materiale e spirituale, propria dei Re, nobili e dei Papi e padroni

L’ipocrisia delle elargizioni dei potenti, tanto quanto l’effettiva impotenza del popolo a qualsiasi diritto di difesa, salvo qualche eroica storia di riscatto,  facevano sì che il contrasto creato dal ribaltamento delle prospettive fosse il sale che insaporiva il gusto dell’ascolto.

La strofella, scritta, cantata e recitata prevalentemente in ottonari, con variazioni di versi ipèrmetri e ipòmetri, è scandita con una cantata veloce con cui il cantòre sciorina questo tipo di strofe divertanti, sul ritmo di saltarello.

Un’altra funzione importante che risiede nel canto della tradizione e di questo tipo di stornelli è legata all’apprendimento motorio: una didattica artigiana, che possiamo considerare a tutti gli effetti un allenamento psicomotorio.

Basti pensare come in altri canti, come in quelli del lavoro, come lo canto a mète o a fienà il canto sia intrinsecamente legato al movimento della falce, una delle due strofelle riportate sotto fa proprio riferimento alla costruzione di un oggetto, di un flauto: lu Ciufilittu.

Sotto ho provato a comparare due strofelle tradizionali.
Quella a sinistra è stata raccolta da Caterina Pigorini Beri, nel 1889, in un volume intitolato Costumi e Superstizioni dell’Appennino Marchigiano, (Città di Castello) raccolta nella zona Camerte, mentre a destra è trascritta una versione della stessa strofella raccolta dal professor Mario Polia nella zona di Leonessa, fra Marche, Lazio e Abruzzo.

A quanto pare la strofella di Leonessa veniva recitata dai ragazzi, in primavera, durante la costruzione del flauto (Lu Ciufulittu) ricavato dalla corteccia del Salice. Con Un, due e trenta scandiva il movimento della serie di venti colpi inferti al tronco, prima di sfilare la corteccia torcendola.

Camerino Leonessa
Uno due tre,

Lo papa non è lo re

Lo re non è lo Papa,

S’è cucciola non è lumaca,

S’è lumaca non è cucciola

S’è Maria non è Nicola

S’è Nicola non è Maria,

S’è la tua non è la mia

S’è la mia non è la tua

Se l’è pera non è ùa

S’è l’ùa non è la pera,

S’è mercato non è fiera

Se l’è fiera non è mercato

S’è quattrin non è cagnato,

S’è cagnato non è quattrino,

Se l’èRoma non è Pitino

Se Pitino non è Roma

Se si presta non si dona

Se si dona non si presta

Se l’è uscio non è finestra

S’è finestra non è uscio

Se l’è bianco non è roscio

Se l l’è roscio non è bianco

S’è gallina non è gallo

Se l’è gallo non è gallina,

Sta su bella, zi’ Catarina..

 

Uno, due e trenta

l’urtica n’è menta,

n’è menta l’urtica

lu rang nu n’è furmica

nè furmica lu ragnu

la gente n’è stagnu

n’è stagnu la gente

la casale n’è cummente (convento)

n’è cummente lu casale

lu barbiere n’è speziale

n’è speziale lu barbiere

lu piattu n’è tagliere

n’è tagliere lu piattu

Cipollone non è mattu

non è mattu Cipollone

la ricotta n’è sapone

n’è sapone la ricotta

l’anguilla non è trotta

n’è trotta l’anguilla

Biancuccia e Camilla

Maria ‘mbriachella

t’è ‘mmastu co’ la sella

lu ciufilittu mia a le venti scappa

(Finale dopo aver tirato la corteccia)

Ciufilittu ciufilittu

viemme bene e viemme drittu

sennò te buttu su lu tittu

a vede’ Maria Pia

se l’è morta o se l’è viva

se è viva la maritamu

se è morta la sotterramu.

 

 

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