P. Onorio Cappuccino e la morte di Pietro Morbidoni

Partigiani

Partigiani

Riporto la lettera inviata da Padre Onorio da Offida, frate cappuccino, il 3 febbraio 1945 a Nicola Rilli, conosciuto da tutti come “Lino”, comandante del battaglione partigiano “Fazzini”. La lettera racconta del rastrellamento di Capolapiaggia del 24/26 Giugno 1944.

“Il genere di vita silenziosa e ritirata che conduco insieme ai nostri giovani novizi, mi aveva impedito di seguire con attenzione i vari spostamente delle truppe tedesche che da quealche giorno si verificavano davanti al nostro convento in direzione di Capolapiaggia. Solo nel tardo pomeriggio del giorno 24 giugno venni a sapere, per mezzo di alcuni giovani sfuggiti alla morte e rifugiati in convento, quello che era avvenuto a Capolapiaggia, Letegge e Pozzuolo. Spinto dal desiderio di portare soccorso dovunque avessi avuto opportunità di essere utile, nonostante il divieto assoluto di transitare per le strade, decisi di presentarmi al comando tedesco che aveva sede nella casa di Gazzellini nella zona chiamata “Soprafonte”. […]  Alla mia domanda (di entrare nella zona del rastrellamento n.d.r.) mi rispose affermativamente, purché in nessun modo mi azzardassi ad andare a Letegge o a Pozzuolo: in quelle zone ancora stavano facendo il rastrellamento.

Dietro mia richiesta mi si permise di raccogliere feriti che eventualmente avessi trovato, però mi proibì qualunque aiuto anche da parte dei miei confratelli, e mi fece notare che il permesso era fino alle venti.
Mentre aspettavo il permesso vidi tornare dalle borgate colpite un gruppo di soldatio stanche ed infangati che di fronte al maggiore attestarono di aver trovato dodici comunisti, di averli identificati dalle insegne. E di averli giustiziati. L’ora era già tarda, […] trovai un mucchio di cadaveri molti irriconoscibili, altri orribilmente deformi, esposti alle intemperie e allo sfregio dell’ingordigia umana che neppure di fronte alla morte si arresta. Sul momento non potei far altro che versare una lagrima sulla salma di qualche giovane conosciuto e recitare una breve preghiera in suffragio alla loro anima.

Corsi poi nella stalla dove, steso sulla paglia inzuppata di sangue, tutto bagnato dalla pioggia stava Pietro Morbidoni che con le tibie spezzate, quasi dissanguato, con un filo di voce si lamentava di essere abbandonato da tutti. Decisi di portarlo in convento e mi diedi d’attorno per trovare un carrettino dove adagiarlo.[…]

La divina provvidenza mi fece incontrare un giovane (Virgilio Varnelli) che mosso dalle mie preghiere e rassicurato dal permesso da me ottenuto non ebbe coraggio a rifiutarmi aiuto. Furono momenti terribili quelli che seguirono. Il tempo del coprifuoco era già passato da un’ora. Il peso, che a causa della strada ripida e fangosa era superiore alle nostre forze, ci costringeva a fare frequenti soste. Intanto il paziente emetteva continui lamenti e supplicava di far presto. Un gruppo di soldati tedeschi lungo la strada ci fermarono, vollero vedere il ferito e non ci rilasciarono se non quando seppero dell’autorizzazione del maggiore.

Arrivati, quando Dio volle, vicino al convento, corsi a chiamare i miei confratelli che da qualche ora stavano in apprensione per me e ad essi consegnai il ferito. Il dott. Castriota, anch’egli rifugiato in convento, apprestò tutti i soccorsi dell’arte medica, però dovette dichiarare che non c’era più nulla da fare. Furono amministrati al morente gli ultimi Sacramenti che ricevette con devozione e pieni sentimenti e alle ore ventitre, lamentando un dolore vago dalla parte del cuore, il povero Pierino passò dalla vita turbinosa e triste di quaggiù a quella beata del cielo.
Il giorno appresso mi ripresentai al comando facendo conoscere l’impossibilità in cui mi trovavo di dar sepoltura da solo a tanti cadaveri. Per intromissione del capitano residente in Capolapiaggia ottenni di essere aiutato dai civili. Si prestatono al pio ufficio una decina di uomini e dopo un paio d’ore di lavoro straziante e penoso, riuscimmo a caricare le salme su quattro carri tirati da buoi e trasportati al vicino cimitero. I documenti (carte d’identità, danaro, lettere) che avevamo estratto dalle tasche di quegli infelici, furono richiesti, dal comando tedesco per essere, come dicevano, verificati. Glieli consegnai con la speranza di riaverli indietro, ma non furono più restituiti.

Avvolta in un lenzuolo, giacché per mancanza di cassa non fu possibile seppellirla nella nostra tomba, trasportammo al cimitero di Capolapiaggia anche la salma di Pietro Morbidoni per seppellirla insieme ai suoi compagni di martirio. Il giorno 26 Giugno accompagnai il parroco di Letegge, rev. Don Orfeo Ciabocco, al comando per chiedere il permesso di recarsi in parrocchia a dar sepoltura alla mamma e ai cadaveri che, come si diceva, stavano ancora dispersi per le strade e per i campi. Il maggiore lo riteneva colpevole perché, secondo lui, aveva dato il segnale d’allarme col suono delle campane, al vederlo andò in incandescenze e voleva ad ogni costo condannarlo. Con le mie suppliche riuscii a farlo mandare a Camerino ad esser giudicato al comando residente in città. Dopo una giornata di lunga e trepidante attesa torna D. Orfeo riconosciuto innocente e autorizzato a recarsi in parrocchia. Lieto del felice esito lo accompagnai dal maggiore che al vedere riconosciuta la sua innocenza andò sulle furie e mi tolse il coraggio di ripresentarmi a lui per altre raccomandazioni.

Con i miei distinti Ossequi,
P. Onorio da Offida
sec. cappuccino

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...