La pasquella e l’inverno del 1944

la neve del 1944

Era stato un’inverno lungo nel ’44, fino a marzo c’era stata la neve, forse anche fino ad ad aprile, io non me lo ricordo ve’, anche perché certe cose casca via cuscì, ma altre io me le ricordo Quando vai a ripescare nei ricordi degli anziani succede spesso che ti raccontino cose che non ricordano o sembrano non ricordare. Sembra una contraddizione, ma è così. Io non mi ricordo, ma mi ricordo che… e giù a raccontarti avventure, passate e presenti. Se c’è una cosa che le persone ricordano del ’44, dell’ultimo inverno prima della liberazione, be’, allora una cosa la ricordano tutti: la neve, il freddo e l’inverno lungo, così lungo che non finiva mai. La stesso sangue versato a Montalto, il 22 marzo del 1944, macchia la neve che ancora resiste immacolata sulle colline e nella valle del Chienti. L’altra cosa che le persone ricordano era Radio Londra e “le ciliege mature”: era questo il segnale che gli alleati lanciavano nei “messaggi speciali” per annunciare lanci di armi e munizioni per i gruppi di ragazzi che si rifugiarono sulle montagne della zona, chi per sfuggire ai bandi di Graziani, chi per imbastire la lotta partigiana. Il canto d’inverno per eccellenza della tradizione marchigiana è la pasquella. La pasquella è un canto d’augurio, con strofe in endecasillabi, un canto propiziatorio, probabilmente legato a riti di fertilità pre-cristiani, e suona più o meno così:

pasquella 2008

pasquella 2008

In principio del nostro arrivo
a tutti diamo la bonasera,
che nessuno vol’esse primo
di portare questa novella:
bon anno Novo bona Pasquella.

Lo scorso inverno ho partecipato anche io a questo canto tradizionale di questua. Era il 3 gennaio, un freddo cane, e la condensa sulla chitarra, quando con Roberto Costantini, Stefania e Sara Giuliani, Giovanni, Gianluca e Andrea “Asciò”, ci siamo arrampicati per le frazioni della vallesina (tra Ancona e Fabriano), per cantare la pasquella.

Quello che più stupisce di questa tradizione è come la gente aspetti i cantori e spesso apparecchi appositamente, prepari piccoli doni e con i doni, spesso e volentieri, racconti e storie.

C’è anche da dire che come per il saltarello, non esiste una vesione ufficiale delle strofe di pasquella, ma ovviamente, pur nello stesso tema, le strofe vengono spesso reintepretate dal singolo gruppo. C’è poi una particolarità per quanto riguarda la pasquella fabrianese, molto simile ai canti del maggio.

pasquella marche 2

Pasquella 2008

Sono venuto ‘n questa casa
pe’ cantavve na canzona
in onore della padrona
c’ha ‘na fija, ma tanto vella:
ecco Pasqua, fijola vella!

Se ce date pure ‘n cappone
quello sine ch’è chiacchiarone,
quello sine che non fa l’ovo:
la Pasquella de l’Anno Novo.

Marietta che vai pe l’acqua,
lu menate lu maialetto,
lu menate co la cordella:
ecco Pasqua, fijola vella!
Se rilegra lu sonatore
se d’argendo se porta onore:
co cent’ovi a lo canestrello
sonaremo lo sardarello.

La pasquella declina sempre in un saltarello che chiude il canto, anche se poi, finito il canto di pasquella e il saltarello, spesso sono gli stessi abitanti delle case a usare i cantori come jukebox della tradizione. Chi chiede la canzonetta, chi addirittura, come successe l’anno scorso, Bandiera rossa. I canti della pasquella si portano casa per casa, fra il primo gennaio e l’Epifania.

Pasquella sta infatti a significare “prima pasqua” e come già vi ho detto si concludono spesso con doni, biscotti, piccole offerte in denaro, ciabuscoli e animali vivi…

Un mio ex coinquilino rumeno, proveniente dalla zona dei lautari, mi raccontava che là, in Romania, i suonatori non li paghi per suonare, ma li devi pagare per smettere di suonare.

Forse anche questa potrebbe essere un’interpretazione credibile della tradizione.

Io ci metto questo video di youtube con un Gianni Donnini… dei tempi che furono

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